Un po’ a metà
Sta sera concerto di Guccini, in Piazza. Ametto che è un bel vedere, la vecchia guardia settantenne a due metri dalla vecchia signora un po’ fasciata. Un concerto carino, magari qualche lacrimuccia qua e là, un po’ di dispiacere per un paio di canzoni che non ci sono state ma sigle anni ottanta e stupidate da un mito della musica italiana le ripagano.
Lo vedi lì, con tre volte la tua età e il doppio del tuo carisma, una schiettezza che non è di questi tempi e che forse non ho mai avuto. E per quanto sia bello come spettacolo, ti lascia un rigo amaro. Perchè lì, su quel palco, davanti a quelle cinquemila persone o più, non dovrebbe esserci Guccini, o almeno non solo.
L’Italia perde ai mondiali e fa schifo. Novità praticamente zero, un ritornello quanto “ma quanto sono fastidiose le vuvuzbzzzzzz?”". I giocatori si lamentano che tra i giovani non ci siano più dei Totti o dei Del Piero. I giovani si lamentano che i giocatori hanno settant’anni per gamba ed è anche ora che si cavino un po’ dalle palle.
Parliamo di questo e altro, mentre io e lei camminiamo verso la macchina, sotto una casa che non è mia (ma un paio di bei ricordi li porta). La sua canzone l’ha avuta, Farewell, io l’Avvelenata me la son sognata, ma va bene così. Parliamo di come una generazione passata, che tanto ha lottato per darci un posto decente in cui vivere, ha finito poi per fottere tutto, lasciarci una montagna di debiti, prenderci il futuro, la voglia di lottare per esso lasciando un bigliettino che legge “Fatti vostri”.
Un paio di settimane fa ho risposto all’intervento di uno che conosco, per cui sono stato stagista, parlava di queste cose, di una generazione persa. Gli ho detto che ormai in molti abbiamo perso la speranza e vediamo con terrore il post-laurea e il mondo che ci aspetta, come una sorta di salto nel vuoto. Mi ha risposto che sono parole tristi e che è davvero triste che non abbiamo neanche voglia di lottare. Non gli ho risposto a mia volta che è facile dire lottare quando hai un lavoro fisso e non uscirai fra meno di un mese in un mercato del lavoro in cui ti toccherà di lavorare gratis e ti dovrà anche piacere, perchè fuori dalla porta ci sono in trecento neolaureati come te disposti a fare lo stesso. E piesse, grazie per non aver fatto una sega in questi anni per evitare che noi di vent’anni in meno rispetto a te ci trovassimo col guano fino al collo.
Mi dispiace un po’ perchè la macchina è lontana e il suo piede è un po’ scassato, anche se ora va meglio. Saliamo su, guido io. Semafori e chiacchiere. La riaccompagno a casa e guardo che entri nel portone. Mi ricordo che fu mio padre a dirmi di guardare sempre che una ragazza entri nel portone. Uno dei suoi pochi insegnamenti. Forse è per questa e altre cose che ho avuto il mito del ragazzo gentile in cui tanto cerco di ritrovarmi (crescendo ho poi capito che guardare le ragazze entrare nel portone corrisponde ad un buon dieci secondi di fondoschiena lecitamente osservabile da lontano mascherato da galanteria, ma questa è un’altra storia. Quel che non mi insegna mio padre!).
Torno a casa, passo vicino alla tangenziale. Vien voglia di farci un giro, una buona mezz’ora di circuito avanti e indietro, pensare alle marce, alla velocità e nient’altro. Le uscite qua non hanno senso e i numeri sono a caso. Me l’hanno fatto notare solo qualche mese fa, io non ci avevo mai fatto caso. Forza dell’abitudine. A me piace.
Ma alla fine no. Torno a casa, parcheggio in un posto riservato ad altri con una macchina che non è mia, scaricando un portatile che è stato di altri, ma di cui sono grato. Cammino davanti casa e la guardo un po’, fuori dal cancello, tanto a parte il pazzo in fondo alla strada che suona il clacson passando di qui non passa nessuno. È così grande da fare imbarazzo e io non dico di averla per fare il finto povero e forse perché sotto sotto so che faccio bene a non attaccarmici troppo, che una cosa così è bene che me la gusti il giusto finchè ce l’ho tra le mani, ma che difficilmente riuscirò ad averne una mia simile. Dentro si dorme, si studia e si muore un po’. Fuori gatti, ratti e topi.
Noi si sta un po’ a metà.














